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Sports Science Exchange 74

VOLUME 12 (1999) NUMERO 3

Controllo del rischio di "morte improvvisa" in atleti giovani

Thomas W. Rowland, M.D..
Department of Pediatrics
Baystate Medical Center
Springfield, Massachusetts
Sports Science Exchange 74

PREMESSE

  • Il rischio di morte cardiaca improvvisa in atleti apparentemente giovani è molto ridotto. Negli Stati Uniti si parla di circa 10-13 casi ogni anno. Anche se questi dati minimizzano la realtà del fatti, la probabilità che una disgrazia del genere si verifichi è meno del 1:250.000 persone.
  • Tra i casi di improvviso decesso cardiaco riportati, quattro sono le anomalie cardiovascolari principali: cardiomiopatia ipertrofica (un allargamento patologico del cuore), anomalie congenite (ereditate) delle arterie coronarie, aneurisma dissecante dell'aorta (rigonfiamento dell'aorta che provoca il passaggio del flusso sanguigno tra gli strati della parete dell'arteria) in soggetti affetti dalla sindrome di Marfan (disordine ereditario del tessuto connettivo) e stenosi congenita (restringimento) della valvola che conduce all'aorta.
  • Con gli esami di routine che vengono effettuati durante i controlli medici nel periodo precedente all'attività sportiva si riescono ad identificare gli atleti affetti da sindrome di Marfan e stenosi aortica, mentre per coloro che soffrono di cardiomiopatia ipertrofica e anomalie all'arteria coronaria il campanello d'allarme sono ripetuti dolori al petto o svenimenti durante l'attività. Di sovente, però, le ultime due condizioni non vengono diagnosticate subito.
  • Tra gli esami di routine non rientrano altre procedure diagnostiche come l'ecocardiografia e l'ecocardiogramma quanto sono molto costose e non sempre attendibili.
  • In futuro, con la possibilità di effettuare esami a livello genetico e la disponibilità di defibrillatori sul campo, si potrà ridurre il rischio di morte improvvisa. Il limite attuale alla nostra capacità di identificare gli atleti a rischio porta con sé la consapevolezza che praticare sport può, a volte e per alcuni, essere rischioso.

INTRODUZIONE
La morte cardiaca improvvisa di un atleta durante attività sportiva è una situazione particolarmente violenta. Praticare sport –che procura indiscussi benefici fisici e psicosociali – non deve mettere i giovani atleti, apparentemente sani, a rischio di collasso cardiovascolare. Quando poi la morte improvvisa coglie un atleta professionista famoso, il problema si ingigantisce in modo sproporzionato. Sarà uno sport sicuro? Cosa provoca un evento del genere? Come si può prevenire?
Nel cercare di dare una spiegazione a queste domande, ci indirizziamo, di solito, ai medici o a coloro che sono incaricati di prestare tutte le possibili cure mediche che siano in grado di identificare il giovane a rischio e pertanto prevenire il decesso cardiaco negli sport. E’ verosimile che tali decessi collegati al cuore si verificano soltanto in soggetti che hanno qualche importante disturbo o disfunzione cardiaca (ovvero, è improbabile che un cuore normale possa essere “sforzato fino alla morte”). Con l’ausilio di strumenti diagnostici intensivi, i medici sono in grado di individuare gli atleti affetti da situazioni gravi, ridurre la frequenza delle gare e pertanto diminuire o eliminare del tutto il rischio di morte improvvisa durante l’attività sportiva.
Nel rispetto di questa drammatica situazione, si sono formati alcuni gruppi a livello nazionale per formulare e pubblicare linee guida generali al fine di identificare e vietare del tutto per gli atleti a rischio ulteriori partecipazioni a sport (Maron et al., 1994;1996b). Risulta chiaro, tuttavia, che non è sempre possibile individuare tutti i disturbi importanti solo attraverso gli esami pre-gara. E quindi avvalendosi delle metodologie attuali di analisi, non è possibile prevenire tutti i decessi improvvisi che si verificano tra i giovani atleti.
Inoltre, il divieto di praticare sport per un adolescente che presenta condizioni fisiche ad alto rischio, non lo protegge del tutto dal rischio di morte improvvisa. Quindi, identificare le condizioni che secondo la letteratura dei casi devono essere tenute ben presenti e la conseguente restrizione a praticare sport, sono mezzi importanti per ridurre i rischi.

INCIDENZA DI MORTE CARDICA IMPROVVISA
Fortunatamente, l’incidenza di morte improvvisa negli atleti è molto ridotta: ogni anno, negli Stati Uniti, vengono riportato da 10 a13 casi (Maron et al., 1996a; Van Camp et al., 1995), probabilmente molti meno di quanto siano in realtà. Se circa 4 milioni di giovani vengono coinvolti in sport a livello agonistico, la probabilità statistica di avere un ragazzo apparentemente in salute che muore di disturbi al cuore in un anno è di circa 1 su 250.000. Se si confrontano questi dati con altri pericoli, va detto che circa 14.700 adolescenti muoiono ogni anno per incidenti al volante, 400 per il fuoco e 250 per inalazione di fumi velenosi (National Safety Council, 1985). Esistono tipologie di atleti più a rischio. La probabilità di morte improvvisa è sproporzionatamente maggiore per i maschi afro-americani e per gli atleti di basket e di football (Maron et al.,1996a). Questa tendenza non è facile da spiegarsi, ma forse è un riflesso dell’intensità dell’attività fisica oppure dell’influenza del genere e della razza sulla frequenza di alcune anomalie cardiovascolari. La maggior parte dei decessi avviene durante o subito dopo un allenamento o una gara. Ciò avvalora l’importanza del divieto assoluto di praticare sport per gli atleti che si sa essere a rischio.

CAUSE DI MORTE IMPROVVISA
Molte anomalie cardiovascolari sono importanti avvertimenti della possibilità di morte improvvisa, come un insufficiente flusso sanguigno o di ossigeno al cuore e/o la propensione per le aritmie del ventricolo. Fortunatamente, tali anomalie sono poco frequenti in età giovanile: ricerche effettuate su giovani atleti indicano quattro situazioni cardiovascolari come causa dell’80% circa dei decessi improvvisi (Tabella 1). Queste situazioni sono: 1) anomalie a livello del muscolo del cuore, soprattutto quando si tratta di allargamento (cardiomiopatia ipertrofica); 2) anomalie congenite delle arterie coronarie che impediscono un adeguato rifornimento di sangue al cuore; 3) rottura dell’aorta dovuta a debolezza congenita della parete del vaso sanguigno (aneurisma dell’aorta associato solitamente alla sindrome di Marfan); 4) stenosi aortica valvolare (ispessimento della valvola aortica che impedisce un flusso regolare di sangue dal ventricolo sinistro alle arterie coronarie e alle altre importanti arterie del corpo). Non è possibile, ahimé, definire in dettaglio il livello di rischio mortale durante l’attività sportiva per le diverse anomalie in quanto le statistiche si basano sul numero di atleti a cui è stato inizialmente permesso di partecipare e poi sono deceduti. In altre parole, non conosciamo il numero di atleti con deficienze cardiovascolari inaspettate che praticano sport senza complicazioni.
Nei rapporti autoptici, circa il 2-7% di morti improvvise nei ragazzi non ha una vera spiegazione. In quesi casi, si presume che la morte sia sopraggiunta o per motivi che non hanno niente a che vedere con il cuore, o per aritmia o per altre disfunzioni cardiache che non è possibile riscontrare con l’autopsia.
La strategia da seguire per ridurre l’incidenza di morte improvvisa nello sport è quella di individuare quegli atleti con disfunzioni cardiache molto rischiose e impedire loro di praticare sport. Di seguito elenchiamo le situazioni più frequenti che possono essere causa di morte evidenziando l’efficacia ma anche i limiti dei controlli medici pre-gara.

Cardiomiopatia ipertrofica
Rappresenta la causa primaria di morte improvvisa negli atleti, circa la metà dei casi riportati. Nel suo significato completo, questa disfunzione è data da un insolita e grave ipertrofia ventricolare, soprattutto del setto posto tra i due ventricoli, con annullamento virtuale della cavità del ventricolo sinistro. Sono state riscontrate forme più leggere in fase di autopsia post mortem.
Non è chiaro il meccanismo che provoca morte improvvisa nei pazienti affetti da cardiomiopatia ipertrofica. Tuttavia, non è difficile intuire il l’importanza di un flusso sanguigno difficoltoso nelle arterie coronarie, l’insufficiente riempimento dei ventricoli e la predisposizione a disturbi gravi nella normale cadenza degli impulsi elettrochimici che stimolano le contrazioni ventricolari. Una decisa ostruzione del flusso sanguigno dal ventricolo sinistro all’aorta rappresenta solo la minoranza dei casi e non è sempre connessa alla sintomatologia o al rischio di morte.
Inizialmente si pensava che la prognosi per pazienti affetti da cardiomiopatia ipertrofica fosse difficile, con un tasso di mortalità maggiore del 2-4% all’anno (il 20-40% dei pazienti non sopravviveva per più di 10 anni dopo la diagnosi). Però, grazie ad altri studi fatti nel tempo si è capito che la storia personale di questo tipo di pazienti è molto varia e conosciamo casi di persone che soffrono di questa malattia e resistono ad anni di intensa attività sportiva senza complicazioni (Maron & Klues, 1994).
L’attività sportiva aumenta il rischio di morte improvvisa nei casi di cardiomiopatia ipertrofica, ma l’attività fisica non significa esclusivamente fare sport. Su 78 adulti, il 37% era deceduto a riposo o nel sonno, il 24% nel corso di attività leggera e il 29% durante attività intensa (corsa, camminate in montagna) (Maron et al., 1982). Come illustra lo studio, la grande sproporzionata percentuale di persone decedute nel corso di attività fisica è un chiaro consiglio per i soggetti affetti da cardiomiopatia ipertrofica di non prendere parte a competizioni sportive.

Tabella 1. Cause di morte cardiaca improvvisa nei dati relativi a 134 atleti, tra i 12 e i 40 anni negli anni 1985-1995, raccolti da Maron et al., (1996a).

_______________________________
Percentuale di casi di anomalia cardiovascolare
_______________________________
Cardiomiopatia ipertrofica 36.0
Aumento della massa cardiaca (inspiegato) 10.0
Arterie coronarie atipiche 13.0
Altre anomalie coronarie 10.0
Aneurisma per rottura dell’aorta 5.0
Stenosi della valvola aortica 4.0
Miocardite 3.0
Cardiomiopatia dilatativa 3.0
Ventricolo destro aritmogenico 3.0
“Scarring” miocardico idiomatico 3.0
Prolasso della valvola mitrale 2.0
Disfunzione aterosclerotica delle coronarie 2.0
Altre disfunzioni cardiache congenite 1.5
Sindrome del QT lungo 0.5
Sarcoidosi 0.5
Caratteristica falciforme 0.5
Altro 2.0
L’efficacia di una strategia come questa è limitata dalla difficoltà di identificare gli atleti affetti da cardiomiopatia ipertrofica durante il periodo di controllo medico precedente la competizione. Un aiuto può venire da un’attenta registrazione della storia medica personale dell’atleta; infatti, questa malattia ha una componente ereditaria con sintomi ben definiti e il fattore familiare risulta positivo nel 20% circa dei casi. Circa la metà del pazienti descrivono la sintomatologia come dolore al petto, capogiri, svenimenti, affanno non naturale, soprattutto durante l’attività sportiva.
Sfortunatamente però, i risultati degli esami non sono sempre quelli sperati e possono ingannare. Può non esserci necessariamente soffio al cuore o se sì senza effetti fino al momento dell’ostruzione del flusso sanguigno dal ventricolo sinistro all’aorta. Le pulsazioni periferiche possono essere bifide (in due parti) e il soffio si può intensificare quando si è in posizione eretta oppure durante la manovra di Valsalva (contrazione forzata dei muscoli addominali mentre si trattiene il respiro), ma indicazioni come queste non sempre sono evidenti.
L’elettrocardiogramma nella maggioranza dei pazienti con cardiomiopatia ipertrofica non è sempre affidabile; il test più autorevole per diagnosticare questa malattia è l’ecocardiogramma, che si basa sulla registrazione di ultrasuoni riflessi e permette la visualizzazione delle strutture cardiache con il cuore che batte. L’ecocardiogramma di una persona affetta da cardiomiopatia ipertrofica mostra chiaramente che lo spessore del setto o della parete tra i due ventricoli supera di 18 mm i valori normali e che è presente un ispessimento generale del muscolo cardiaco. Possono verificarsi anche movimenti anormali della valvola mitrale, attraverso la quale il flusso sanguigno passa dall’atrio sinistro al ventricolo sinistro, oltre a un anomalo riempimento del ventricolo sinistro nella fase di rilassamento (diastolica) del ciclo cardiaco e, in alcuni pazienti, differenti gradi di ostruzione del flusso di sangue che esce da ventricolo sinistro.
Se, in presenza di tutte queste caratteristiche si può serenamente diagnosticare una cardiomiopatia ipertrofica, alcuni qualità specifiche (tipo l’ingrandimento ventricolare sinistro e un elettrocardiogramma atipico) possono essere osservati anche come normale risposta a un allenamento sportivo particolarmente intenso (il cosiddetto “cuore dell’atleta”). Pertanto, chi si occupa del funzionamento cardiaco degli atleti si trova spesso di fronte al dilemma di stabilire se tali sintomi sono il riflesso di una attività sportiva molto intensa e quindi da incoraggiare, oppure se siamo di fronte a una forma leggera di cardiomiopatia ipertrofica, che impedirebbe all’atleta di continuare quello sport.
Molti sono i criteri suggeriti per aiutare a compiere queste due differenti diagnosi. La diagnosi di una reale cardiomiopatia ipertrofica è data da a) ispessimento del setto ventricolare maggiore di 18 mm, b) dimensione normale o inferiore della cavità diastolica finale del ventricolo sinistro, c) non regressione dell’ipertrofia miocardia in periodo di non allenamento, d) prove di ereditarietà dell’ispessimento ventricolare e e) situazioni anomale di riempimento ventricolare sinistro come da ecocardiografia Doppler (Maron et al., 1995).

Anomalie dell’arteria coronaria
Disturbi all’arteria coronaria aterosclerotica rappresentano la causa più comune di morte cardiaca improvvisa negli adulti, ma non si può dire lo stesso per i giovani atleti ad eccezione di alcune situazioni estremamente rare (ipercolesterolemia ereditaria). Tuttavia, anomalie strutturali congenite dei vasi coronari possono essere la causa di morte improvvisa nei bambini e negli adolescenti, accelerata dalla partecipazione ad attività sportiva piuttosto intensa.
In base alle autopsie effettuate su giovani atleti deceduti improvvisamente sono stati osservate varie forme di anomalie dell’arteria coronaria, tra cui la derivazione anomala delle arterie coronarie dall’aorta, lo sviluppo incompleto delle arterie, arterie nascoste all’interno del cuore e ancora la derivazione anomala dell’arteria coronaria sinistra dall’arteria polmonare invece che dall’aorta. Inoltre, gli esperti hanno notato - sempre durante l’autopsia - anche un ispessimento delle pareti delle arterie coronarie che provoca il restringimento delle ramificazioni principali dell’arteria (ovvero quelle che riforniscono il nodo atrioventricolare che trasmette gli impulsi elettrici fondamentali dagli atri ai ventricoli). Il meccanismo specifico che porta alla morte, in tali condizioni, è inspiegabile ma probabilmente provoca un flusso sanguigno insufficiente al cuore quando un’attività fisica intensa comporta uno sforzo importante da parte del metabolismo miocardiale.
In generale, si può ragionevolmente affermare che le anomalie congenite delle arterie coronarie che predispongono un individuo a morte improvvisa, sono incredibilmente rare. Il fatto che siano al secondo posto fra le cause più comuni di morte per i giovani atleti, è un riflesso della difficoltà di identificare tale anomalie a livello clinico. Mentre i casi di svenimento durante l’attività saltuaria portano immediatamente a diagnosticare un’anomalia alle arterie coronarie, la prima comune manifestazione di questa condizione è il collasso improvviso e la morte di un atleta apparentemente sano.
Il rischio e la natura misteriosa delle anomalie congenite alle arterie coronarie fu motivo di discussione in seguito alla morte del giocatore di basket Pete Maravich. Dopo una carriera lunga e coronata di successi tale da renderlo uno dei migliori professionisti di college mai esistiti, Maravich morì improvvisamente all’indomani di una partita fra amici all’età di 40 anni. L’autopsia rivelò la completa assenza dell’arteria coronaria principale sinistra. L’arteria destra eseguiva anche il lavoro della sinistra, con il risultato che la ramificazione discendente anteriore era nettamente sottosviluppata e si evidenziavano placche di tessuto atrofizzato sul cuore (Van Camp & Choi, 1988).

Sindrome di Marfan
È un disordine ereditario caratterizzato dal prolasso del tessuto connettivo. Le ricerche hanno individuato la presenza di una particolare proteina nei pazienti affetti da questa sindrome, espressione di una delle molte anomalie cromosomiche. Si manifesta con disturbi cardiovascolari (aorta dilatata e riversamento di sangue attraverso le valvole del cuore), anomalie degli occhi (ectopia del cristallino e miopia) e anomalie muscoloscheletriche (scoliosi e sterno in posizione irregolare, crescita abnorme, estremità sproporzionate rispetto al corpo e articolazioni particolarmente allungate). Solitamente, comunque, i pazienti affetti da questa malattia presentano combinazioni diverse.
Nei pazienti con sindrome di Marfan le anomalie a livello cardiovascolari sono quelle che determinano più rischi di mortalità e alti tassi di morbosità. La situazione più comune è l’ingrossamento progressivo della radice dell’aorta nel punto in cui lascia il ventricolo sinistro, con la possibilità di una eventuale formazione e poi rottura improvvisa dell’ aneurisma dell’aorta. Tale difetto è generalmente accompagnato da anomalie della valvola aortica e mitrale e da un insufficiente flusso sanguigno all’aorta stessa. Gli sforzi per prevenire la possibilità di un aneurisma dell’aorta includono l’utilizzo di beta-bloccanti e della chirurgia per restringere la radice dell’aorta se raggiunge il diametro pericoloso di 55-60 mm. Il pericolo di una situazione del genere, nei pazienti con sindrome di Marfan, durante attività sportiva è stato reso noto in seguito alla morte improvvisa del giocatore di pallavolo Flo Hyman, la stella olimpica di 1,95 cm della squadra americana alle Olimpiadi del 1984, che subì un collasso e poi morì durante una partita in Giappone nel 1985. L’autopsia rivelò indiscussi indici di sindrome di Marfan, con la rottura dell’aneurisma aortico e accumulo di sangue nel sacco pericardio che circonda il cuore. Questa disgrazia ebbe come risultato la consapevolezza che gli atleti particolarmente alti con sindrome di Marfan non diagnosticata sono maggiormente a rischio e che ogni ammonimento è necessario per impedire a questi individui la partecipazione a certi sport (quelli ad esempio nei quali sono frequenti lanci al petto, allenamenti di resistenza e l’allenamenti continuati) (Braverman, 1998; Pyeritz & McKusick, 1979).
La diagnosi della sindrome di Marfan è data dall’identificazione di tutte quelle circostanze sopra descritte. L’esame elettrocardiografico in molti di questi pazienti rileva suoni anomali associati a una disfunzione della valvola mitrale.
Un attento studio della storia familiare può manifestare la presenza di casi di sindrome di Marfan in famiglia, ma non ci si deve fermare alla statura che può essere soltanto una componente familiare di statura elevata. Le radiografie al petto e l’elettrocardiogramma devono essere controlli di routine per questo tipo di pazienti. Se in fase di controllo medico pre-gara c’è il sospetto di sindrome di Marfan, è necessario rimandare prontamente il paziente da un cardiologo che valuti attentamente il funzionamento cardiaco. La diagnosi deve essere supportata da valutazioni ecocardiografiche del prolasso della valvola mitrale in congiunzione con l’ampliamento della radice aortica. (Il prolasso della valvola mitrale si traduce in un movimento eccessivo posteriore della valvola nell’atrio destro durante la contrazione del ventricolo sinistro. Ciò comporta un riversamento di sangue nell’atrio, il quale riduce il flusso all’aorta).

Stenosi aortica valvolare
Tra le complicazioni cardiache che provocano morte improvvisa negli atleti, il restringimento congenito della valvola aortica (stenosi aortica valvolare) è fra i più frequenti. Tuttavia, tale anomalia riguarda una minima percentuale di casi di morte improvvisa. La spiegazione di ciò risiede, probabilmente, nel fatto che, rispetto ad altre possibili cause più difficile da diagnosticare, i pazienti affetti stenosi aortica valvolare presentano sintomi specifici facilmente identificabili.
Innanzitutto si ha ostruzione del flusso sanguigno dal ventricolo sinistro all’aorta e il rischio di morte è dato, presumibilmente, sia da un inadeguato flusso di sangue al cuore in fase di attività fisica che da un marcato innalzamento della pressione del ventricolo sinistro come conseguenza dell’attività fisica che genera un deciso riflesso del nervo vago sconvolgendo il ritmo cardiaco (Rowland, 1995). Il rischio di morte improvvisa, decisamente più probabile se si pratica una attività fisica sostenuta, è elevato solo nei pazienti che presentano una ostruzione considerevole dell’aorta come indicato dalle anomalie della pressione cardiaca, da una elettrocardiogramma irregolare e/o da dolore al petto. Gli atleti con possibilità di stenosi aortica valvolare a rischio di morte prematura durante attività sportiva, dovrebbero essere facilmente diagnosticabili per la presenza di inequivocabili soffi al cuore. Qualsiasi sintomo deve essere prontamente riferito al cardiologo.

CONTROLLO DEI RISCHI
Tra i milioni di giovani atleti che si sottopongono ai controlli medici annuali prima delle competizioni sportive, pochi sono quelli a rischio di morte improvvisa. L’importanza di incidenti di tale portata, tuttavia, richiede un progetto efficace per ridurne al minimo l’incidenza. E’ fondamentale, tuttavia, Stabilire le metodologie più efficaci per riconoscere questo “ago nel pagliaio” è un passo essenziale.
Una decisa diminuzione nell’incidenza di morte improvvisa negli atleti presuppone l’efficacia degli strumenti di controllo nell’identificare le quattro maggiori condizioni a rischio appena descritte. Purtoppo, la storia medica personale e l’ausilio di esami clinici a sostegno dei controlli pre-gara, permettono di identificare solo due delle quattro situazioni critiche – l’aneurisma aortico associato alla sindrome di Marfan e la stenosi aortica valvolare congenita. Riconoscere la cardiomiopatia ipertrofica diventa più problematico. La descrizione nel quadro clinico di dolori al petto, vertigini, svenimenti o episodi anomali di affanno nel corso di attività fisica, oppure un caso familiare di morte improvvisa può dare, tuttavia, delle indicazioni. Ciò nonostante, tali situazioni non sono evidenti nella maggior parte dei casi. Se con lo stetoscopio posto sul lato sinistro dello sterno si avverte un rumore aspro, che aumenta se il paziente si impegna nella manovra di Valsala, aumentano i sospetti. La stessa difficoltà si ha nell’identificare la cardiomiopatia ipertrofica con gli esami fisici di routine, e le informazioni che abbiamo a disposizione sono abbastanza pessimistiche.
Ad esempio, secondo dati recenti, su 134 decessi cardiaci in atleti, solo uno dei 48 casi di cardiomiopatia ipertrofica era stato precedentemente accertato (Maron et al., 1996a). Anomalie congenite all’arteria coronaria sfuggono agli accertamenti in base alla storia personale e agli esami, ma coloro che riconoscono di aver avuto dolori al petto in seguito all’attività oppure vertigini e svenimenti necessitano di controlli ulteriori.
Per riassumere, possiamo affermare che l’attento controllo della storia personale e l’esame delle condizioni fisiche sono importanti al fine di identificare gli atleti a rischio di morte cardiaca improvvisa nel corso di attività sportive. Tuttavia, sembra piuttosto improbabile che sulla base di questi controlli si possano ridurre le possibilità oggettive di tali incidenti. Una conclusione del genere presuppone lo sforzo anzi gli sforzi nella ricerca di misure di valutazione sempre più accurate.
Con l’ecocardiografia è possibile identificare con successo i soggetti affetti da cardiomiopatia ipertrofica e pertanto è già stato suggerito come esame di routine nei controlli pre-gara. Un esame veloce e poco costoso che si avvale di ultrasuoni, sensibili e specifici per la cardiomiopatia ipertrofica potrebbe ridurre almeno della metà l’incidenza di morte cardiaca improvvisa negli atleti. L’ecocardiografia è più costosa (dai 300-700 per un esame completo) e richiede attrezzature dai prezzi proibitivi. A 500 € per atleta, ci vorrebbero circa 2 miliardi all’anno per scoprire 3-5 atleti che potrebbero morire altrimenti di cardiomiopatia ipertrofica. Un ecocardiogramma ridotto con l’utilizzo di attrezzature avute in donazione è decisamente più abbordabile e permetterebbe di utilizzare questo esame su milioni di atleti.
Un altro serio ostacolo all’utilizzo dell’ecocacrdiogramma come esame di routine è l’effetto degli esiti falsamente positivi (Braden & Strong, 1988). Mentre la cardiomiopatia ipertrofica in stadio avanzato può essere individuata facilmente, la stessa cosa non può dirsi per i valori di ispessimento delle pareti del cuore perché possono coincidere con quelli di una cardiomiopatia in forma leggera, del cosiddetto “cuore dell’atleta” o di una normale variazione anatomica. Dato che l’ispessimento ventricolare è una condizione comune per almeno 10 su 1000 giovani del tutto normali, una rivelazione di questo tipo “potrebbe ripercuotersi a livello emotivo, finanziario e medico sull’atleta, sulla famiglia, sulla squadra e sulla società in virtù dei dubbi che verrebbero a crearsi e della necessità di ulteriori controlli” (Maron et al., 1996b).
Simili obiezioni si possono sollevare sull’utilizzo dell’elettrocardiogramma come strumento di controllo. Pertanto, è stato suggerito che la storia medica personale e gli esami fisici facciano parte degli esami di controllo di routine pre-sportivi, mentre altri esami come l’ecocardiografia, l’elettrocardiografia e i test sotto sforzo vengano considerati come una seconda visita solo per coloro con sospetto malfunzionamento cardiaco (Braden & Strong, 1988; Maron et al., 1996b).
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ALTRI CRITERI PER LIMITARE LA MORTE IMPROVVISA NEGLI ATLETI
La cardiomiopatia ipertrofica e la sindrome di Marfan sono situazioni ereditarie, con la speranza che si possa con il tempo sviluppare un rilevatore a livello cromosomico che permetta di identificare con facilità un’atleta in tali situazioni. Al momento, però, non è ancora disponibile. Quando verrà identificato il gene che codifica la proteina mancante nella sindrome di Marfan, sarà possibile disporre di test clinici per questa malattia. Purtroppo, però, ogni paziente affetto da sindrome di Marfan presenta una mutazione del gene del tutto individuale, rendendo praticamente impossibile qualsiasi test genetico (Braverman, 1998).
Una situazione simile si riscontra anche con la cardiomiopatia ipertrofica. Se alcune caratteristiche della malattia sono note, non possono queste essere considerati fattori discriminanti. Inoltre, considerati i limiti dell’attuale approccio alle valutazioni mediche, la possibilità di identificare le persone a rischio mediante una semplice analisi del sangue è quantomeno invitante. Con lo sviluppo tecnologico nelle analisi genetiche potremo sicuramente disporre, in futuro, di una metodologia più accurata e meno costosa.
Accertata l’impossibilità di una corretta indagine pre-gara per identificare i giovani a rischio, è stata proposto l’utilizzo di defibrillatori esterni automatici sui campi da gioco (Cantwell, 1998). La proposta si basa su 1) la convinzione che spesso le cause di morte in campo dipendono dalla fibrillazione ventricolare e 2) i defribillatori non particolarmente costosi e facili da usare possono essere gestiti anche da personale non medico. La possibilità di impiego di macchine del genere, in effetti, è molto aumentata durante gli eventi sportivi professionistici e amatoriali ma anche in situazioni non sportive per prevenire incidenti prima che il personale medico possa intervenire. Tutto ciò che concerne la sicurezza, l’influenza dei costi, l’efficacia e altre questioni legali devono essere ancora valutato a fondo, ma strumenti come questi probabilmente assicurano una incidenza minore di morte improvvisa per gli atleti.

CONCLUSIONI
Ogni anno negli Stati Uniti, circa una dozzina di giovani atleti apparentemente sani muore a causa di disturbi non diagnosticati al cuore e ai vasi sanguigni. Eppure, tutto il possibile dovrebbe essere fatto per ridurre al minimo tali evenienze, che generalmente accadono nel corso di allenamenti e gare sportive. La maggioranza degli incidenti può essere attribuita a malformazioni della struttura e del funzionamento del cuore, alle arterie coronarie che forniscono sangue al cuore, alle pareti dell’aorta o della valvola del cuore che porta all’aorta.
Alcune anomalie cardiovascolari che provocano morte improvvisa sono diagnosticabili con esami fisici di routine in fase di screening pre-gara, altre necessitano di controlli più sofisticati. Sfortunatamente, le procedure diagnostiche aggiuntive come l’ecocardiogramma e l’elettrocardiogramma non rientrano nei controlli di routine perché sono tecniche molto costose e hanno una percentuale piuttosto alta di errore. In un prossimo futuro, si spera che, con l’ausilio di controlli a livello genetico e la disponibilità di defibrillatori sul campo, si possa ridurre l’incidenza di incidenti del genere. Al momento, il limite nella capacità di identificare gli atleti a rischio va di pari passo con la consapevolezza che l’attività sportiva ha i suoi rischi.

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RICONOSCERE GLI ATLETI A RISCHIO DI MORTE IMPROVVISA
Un’attenta valutazione della storia medica personale e gli esami al cuore rappresentano lo strumento migliore disponibile per diagnosticare le malattie cardiache a rischio per chi pratica sport. Sfortunatamente però, alcune anomalie cardiache che possono provocare la morte non sono facilmente diagnosticabili con gli esami di routine.
Ciò nonostante, chi esegue questo tipo di esami sarà in grado di ridurre il rischio di morte improvvisa se presta attenzione agli aspetti fondamentali della sua storia personale e agli esami fisici.

Storia clinica personale

  • Se si soffre di dolori al petto, vertigini e svenimenti o respiro affannoso anomalo e molta stanchezza, deve accendersi la lampadina rossa sul pericolo di proseguire lo sport. Infatti, questi sintomi rappresentano un indizio fondamentale di possibili disturbi a livello cardio-vascolare..
  • Casi di morte improvvisa in famiglia in età giovanile devono mettere all’erta la persona su eventuali disturbi cardiaci congeniti. Anche la presenza in famiglia di persone sproporzionatamente alte con problemi al cuore o agli occhi, soprattutto se l’altezza non è un discriminante familiare, suggerisce la possibilità della sindrome di Marfan, una causa seria di morte improvvisa.
  • Episodi di palpitazioni o soffio al cuore segnalano il bisogno di controlli ulteriori. Dato che i bambini e gli adolescenti spesso non hanno la capacità di rispondere in modo appropriato alle domande dei medici, i genitori dovrebbero compilare i moduli nei controlli pre-gara.
  • Esami fisici
    Tutti i sintomi che possono far pensare alla sindrome di Marfan vanno segnalati: statura alta, braccia e dita particolarmente lunghe, sterno incavato, curvatura anomala della colonna vertebrale, piedi piatti e palato molto arcuato. La diagnosi della sindrome di Marfan si accompagna anche a un restringimento della vista (ectopia del cristallino) e alcune anomalie sonore al cuore.
  • Gli atleti che presentano soffi al cuore aspri e considerevoli dovrebbero rivolgersi a un cardiologo. Ciò è particolarmente necessario se il soffio si avverte con lo stetoscopio appoggiato sulla schiena, se aumenta quando l’atleta si alza a sedere da posizione sdraiata oppure quando contrae i muscoli addominali se trattiene il respiro o, infine, se si accompagna ad altre anomalie sonore del cuore.
  • Bisogna misurare la pressione sanguigna e controllare le pulsazioni femorali per capire eventuali restringimenti dell’aorta. Una pulsazione arteriosa bifasica suggerisce la possibilità di una patologia al cuore.

Un’attenta storia cardiaca personale e esami fisici mirati con particolare attenzione ai punti suddetti possono essere effettuati rapidamente e dovrebbero rientrare nei controlli che si effettuano prima di una gara o un allenamento sportivo. Qualsiasi dubbio che può venir fuori in questa fase deve essere prontamente riportato al cardiologo prima che l’atleta inizi la sua attività fisica, soprattutto se si tratta di uno sport particolarmente faticoso.

Sports Science Exchange 74
S U P P L E M E NTO VOLUME 12 (1999) NUMERO 3
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Il presente articolo può essere riprodotto solo per scopi educativi e non per lucro.

Questo articolo é stato tradotto da gssiweb.com sotto la supervisione del Dr. Nicola Sponsiello